letteratura · narrazione · riti

Il cerchio della narrazione orale a Cenci

 

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Qualche settimana fa ho partecipato ad uno stage presso la Casa-Laboratorio di Cenci. Ero in compagnia del Gruppo Narrazione Orale di Modena, composto per la gran parte da insegnanti ed educatrici. Questo è il ritorno narrativo di quei giorni.

 

Se ripenso ai giorni passati a Cenci, mi vengono in mente le stelle, e lo sguardo che spazia e il cuore che si apre.

Quando arriviamo è già buio, lungo una strada dissestata che con il nostro pulmino saltellante mette alla prova i nostri stomaci vuoti. Occupiamo le stanze e come prima cosa accade che mi ritrovo davanti Susanna, ci fissiamo incerte, veniamo tutte e due da altre vite, ci riconosciamo e ci abbracciamo e io ho pensato che la nostra simpatia, nata altrove tra i libri, qui troverà lo spazio per diventare amicizia.

Dopo la cena ci troviamo nello spazio davanti alla cucina e lì Marco ci fa cantare in cerchio, accompagnate dalla chitarra, un brano in una lingua misteriosa che sa di dialetto in cui poche sono le parole riconoscibili: a “cunta” mi aggrappo perché sa di storie.

Franco ci dice che siamo gli unici animali che volgono lo sguardo verso le stelle. E per questo passeggeremo al buio, in silenzio, verso il grande prato e cercheremo ciascuno la nostra costellazione e cercheremo il modo di ricordarla. E’ una notte senza luna. Le stelle pulsano come non avevo mai visto prima, come cose vive che respirano e ci mandano un segnale. E’ uno spettacolo potente. Amelia illuminata tra due colli sembra quasi un castello delle favole, nel buio circostante.

Nella sala riscaldata Roberta ci racconta dell’incontro di Nausicaa e Odisseo. E’ il primo di quattro episodi della Odissea che ci racconteranno, come pietre miliari a indicarci la distanza da una meta che capiremo solo alla fine.

Il primo cerchio narrativo lo facciamo quella sera stessa: ciascuna di noi deve scrivere telegraficamente quella volta che abbiamo guardato o siamo stati guardati a raggi x, con la lente di ingrandimento, con il cannocchiale, attraverso un vetro traslucido. Ciascuna sceglierà poi quale brano leggere. Io sono ancora molto diffidente e scelgo quello meno forte. In questo primo cerchio mi colpisce il bagaglio doloroso di chi racconta di ospedali, esami, la paura contro la freddezza della medicina e delle macchine.

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La mattina seguente mi sveglio e corro a fare colazione in cucina. Cenci è un piccolo villaggio, due case, una vecchia e una nuova, un serbatoio trasformato in camerata. Nel grande prato lo scheletro di una tenda indiana. Una piattaforma sopraelevata con un timone e i segni zodiacali naviga nel prato di questo novembre primaverile. Un cerchio di ceppi intorno ad un fuoco spento sono i segni che lì sono passati degli indiani, questa estate. Sassi colorati indicano cose indecifrabili.

Dalla nostra finestra vedo le gallinelle becchettare nel prato.

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Ci si rivede nello spiazzo davanti alla cucina. Si canta di nuovo. Si canta di nuovo una canzone che sa di Africa e di creolo. Franco racconta dell’aedo cieco Demodoco nella corte dei Feaci e della commozione di Odisseo nel risentire la guerra di Troia e le sue gesta e di come le lacrime lo abbiano rivelato allo sguardo di Alcinoo, re dei Feaci.

Marco ci conduce in sala in uno strano yoga della voce, respiriamo distesi emettendo una sssss, disegniamo con i nostri corpi alberi dalle radici alla chioma srotolando vocali UOAEI. Lanciamo suoni lontano energicamente, come per colpire un compagno, ne lanciamo altri giocosamente come palle sonore.

Di nuovo fuori Franco e Marco ci conducono in fila indiana silenziosa nel bosco: ascoltare il bosco, il canto degli uccelli, il fruscio delle foglie senza che i nostri passi inghiottano tutto. Nel boschetto in cerchio, mentre su di noi piovono ghiande, Marco ci invita ad un inno che sa di indiani, pochi suoni energici che devono diventare sempre più sincopati e sincronici mentre noi chiniamo il busto in avanti stringendo il cerchio e aumentando la velocità finché all’improvviso Marco stringe il pugno come a contenervi dentro tutta l’energia e improvviso il silenzio del bosco ci avvolge. Srotoliamo il cerchio in una spirale che scende di nuovo verso il prato.

In sala Franco ci invita a guardare lo spazio come qualcosa mai visto e poi a camminare veloci e incrociare gli sguardi e poi ancora a rallentare e sostare in questi sguardi. Io mi commuovo perché vedo che in quegli sguardi ci sono le storie di ciascuna.

Mentre pranziamo sotto il portico Roberta ci racconta di Euriclea la nutrice, di come riconosca Odisseo travestito da mendicante dalla cicatrice alla gamba e di come lui le imponga il silenzio perché la commozione di lei non lo tradisca.

Dopo il pranzo raggiungiamo il tronco-drago e Marco ci racconta di Argo, il cane di Odisseo: quest’ultimo deve dissimulare la proprio commozione alla vista del cane per non tradirsi e perché il cane, che dà segni di amicizia, non lo riveli essere il suo padrone. Argo muore dopo aver visto Odisseo, dopo averlo atteso vent’anni.

Ci disponiamo in un semicerchio in ordine di colore delle nostre iridi. Poi spezziamo in due il semicerchio e si compongono delle coppie dalle due file frontali.

Dipingiamo l’iride della nostra compagna sul cartoncini rotondi sul lungo tavolo di legno sotto gli alberi.

Poi abbiamo il compito di raccontarci quella volta che mi sono sentita invisibile passeggiando liberamente. Quella sera stessa dovremo restituire in prima persona il racconto ricevuto dalla nostra compagna nel cerchio narrativo: dovremo decidere, ci dice Franco, quanto essere fedeli al racconto e quanto lavorare di fantasia e quanto tradirlo. Raccontare la storia della mia compagna come se fosse mia è un esercizio difficile che mi fa ruminare a lungo, l’empatia lavora insieme alla improvvisazione e alla sintesi, senza dimenticare che non voglio tradirla dicendo cose sbagliate.

Dopo questo cerchio emozionante, torniamo in cucina. Beviamo il thé e mangiamo la ciambella.

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Divise in quattro gruppi riceviamo un testo delle quattro storie dell’Odissea, Argo, Euriclea, Nausicaa e Demodoco. Nel nostro brano dobbiamo scoprire quale sguardo è determinante per la storia narrata. Discutiamo animatamente, all’inizio sembra scontato, io mi sento su un terreno che conosco e vado dritta al punto più e più volte, duello con altre idee, poi provo a cambiare strategia all’improvviso mi ritrovo d’accordo con quella che credevo la mia antagonista. Lo sguardo più importante è quello di Ulisse che riconosce Argo ma distoglie lo sguardo per non tradirlo, quello di Argo che, riconosciuto Ulisse, muore, o quello di Ulisse che lo rimira da lontano ma non può consolarlo e nemmeno toccarlo? Lo sguardo è riconoscimento, ma riconoscimento di qualcosa di profondo, al di là dei veli che la realtà ci butta addosso, la vecchiaia, i travestimenti, i contesti.

La sera, dopo cena, restituiamo la discussione nel grande cerchio. Non sappiamo che due di noi, in ciascun gruppo, avevano il compito di osservare aspetti e dinamiche del piccolo gruppo.

Lo scopriremo domenica, il cerchio delle giornate si richiude con esercizi vocali, canti, bosco, passeggiata silenziosa, fila indiana (una intuizione avuta mentre scendiamo lungo il prato in fila, Marco apre la fila e il sole alla nostra destra proietta le nostre ombre a sinistra sul prato che risale: era sacra la fila per gli indiani? La risposta deve essere sì). Sulla grande nave nel prato Franco ci legge il brano introduttivo de L’uomo invisibile di Ralph Ellison. Il cerchio si chiude.

Post Scriptum. Sotto il boschetto sentiamo il racconto delle osservatrici. Perdiamo l’orientamento. Qualcuna si sente tradita. Le parole più belle sentite: educare è impossibile perché c’è sempre qualcosa da osservare. Nella narrazione orale il gruppo deve essere capace di valorizzare ogni singolo. Dobbiamo riuscire a restituire al bambino la sua storia. Se osserviamo per poter poi raccontare siamo meno giudicanti. Perdere il timone con i bambini, lasciare che loro ci conducano. Insegnare non è un corpo iper-controllato che sa dare la parola ma non prova rabbia né comprensione.

 

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